Banchieri, manager e ragazze…
Notti da 350 a 5000 euro
Nel gruppo delle accompagnatrici ci sarebbe anche Aida Yespica. Corona avrebbe versato cash alle ragazze il compenso pattuito, con un giro di entrate milionarie. Da qui il sequestro di tutti gli averi riconducibili al fotografo.
Milano, 14 marzo 2007 - «Da una parte banchieri, manager e ricchissimi stranieri. Dall’altra le ragazze copertina. E alla base di tutto, la premiata ditta Mora-Corona. Sta anche in questo triangolo, l’accusa che avrebbe portato in carcere il fotografo Fabrizio Corona.
Giovani che alla ricerca della ribalta, della notorietà, dell’occasione della vita, erano disposte a infilarsi nel letto del ricco cliente di turno».
A riferirlo è il quotidiano ‘La Repubblica’ che precisa le ‘tariffè che sarebbero circolate in questo giro di prostituzione: «350 euro per un weekend a Londra ‘all inclusive’ con una ‘ragazza immagine’ arrivata da un locale di Rimini».
«Nel gruppo delle tre accompagnatrici ci sarebbe stata - secondo la ricostruzione della procura effettuata in base alle intercettazioni, riportata da ‘La Repubblica’ - anche Aida Yespica, la soubrette del Bagaglino - Accuse tutte da verificare. Di certo, secondo i pm, le ragazze top della scuderia avrebbero spuntato fino a cinquemila euro per una notte di sesso».
Per soddisfare un imprenditore italiano impegnato a Rimini, lo scorso 2 settembre, secondo quanto riportato dal quotidiano diretto da Ezio Mauro, Corona avrebbe invece «pensato di affidarsi a una ragazza in rampa di lancio».
Per due notti di sesso sulle rive del lago di Como con un altro imprenditore, invece, «Corona le aveva versato mille euro cash».
Questo giro avrebbe garantito a Fabrizio Corona entrate milionarie «in netto contrasto - secondo il quotidiano - con le sue dichiarazioni dei redditi (20 milioni di lire nel ‘99, 33,5 nel 2000, 8,9 nel 2001, 5.728 euro nel 2002 e zero euro sia nel 2003 che nel 2004).
Da qui il sequestro di tutti gli averi riconducibili al fotografo. Innanzitutto le società intestate a lui e alla moglie, Nina Moric, come la ‘Corona srl’ controllata attraverso una società schermo. Proprio sui conti della Corona sarebbero stati scaricati parte dei costi, circa 300 mila euro, per l’acquisto di un immobile del valore di 2,3 milioni di euro».
Fonte : ilrestodelcarlino.quotidiano.net
Ndb. A proposito, ricordate quando impazzava la folcloristica storiella della telefonata fatta da Silvio Berlusconi ad Aida Yespica assieme al Chavez? Come cazzo faceva ad avere il numero di telefono? Non è che oltre alle 20.000 euro che dice aver speso per la figlia, ci ha lasciato la mancia… Non sarebbe la prima volta che va a “omissis”..
A pernsar male si fa peccato, ma spesso ci si Azzecca!!
LE INTERCETTAZIONI. Nelle telefonate tra il consulente della Mitrokhin
e Guzzanti le manovre per far apparire il premier un uomo del Kgb.
Nella lingua inglese, c’è un’efficace formula per definire il piano preparato nei segreti della “Commissione Mitrokhin” contro Romano Prodi. La formula è character assassination, la distruzione della reputazione, l’annientamento della sua credibilità, l’assassinio di una persona non nel suo corpo, ma nella sua identità morale, professionale, sociale. Il senatore Paolo Guzzanti è determinatissimo a trovare elementi che possano diventare, una volta pubblici, la tomba politica dell’antagonista di Silvio Berlusconi. Li chiede, li invoca, li pretende, dal suo consulente privilegiato Mario Scaramella e il “professore” non lesina al presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta occasioni, opportunità posticce, piani di aggressione privilegiati e subordinati. Prodi deve diventare l’uomo di fiducia del Kgb in Italia. Potrebbe non bastare e, allora, il “professore” consiglia al senatore di autorizzare altre manovre.
Nella Repubblica di San Marino si possono creare le condizioni per accusare Prodi di essere finanziato da Mosca attraverso la Cassa di Risparmio e, da qui, a Nomisma.
La confezione di questi falsi documenti sarebbe dovuta finire sul tavolo del procuratore di Bologna.
Se le testimonianze, raccolte dai transfughi del Kgb in Europa, non dovessero essere sufficienti, il “professore” si dichiara disponibile a raccogliere direttamente a Mosca altri dossier del Kgb compromettenti.
Forte di una lettera del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, dovrebbe però avere il placet del “Capo” per evitare problemi con Vladimir Putin. Infine, le Coop.
Si potrebbe organizzare un’evidenza del loro legame con la criminalità organizzata.
Una convergenza d’interessi che si consuma nell’indifferenza, tutta politica, delle “toghe rosse” della procura di Napoli. Un bel piano, no, alla vigilia delle elezioni.
Paolo Guzzanti mostra sempre grande entusiasmo per le fantasiose trovate del suo collaboratore. Che appare molto interessato a capire, anche per il suo futuro professionale, qual è la parte in commedia di Silvio Berlusconi. Guzzanti, come leggeremo, lo rassicura: “… Annuiva gravemente… Ha voglia di giocare all’attacco”.
La storia delle trappole preparate dentro il Parlamento con i poteri speciali attribuiti a una commissione di inchiesta contro Romano Prodi, allora candidato premier, a soli tre mesi dalle elezioni, si può, in fondo, raccontare con due sole telefonate tra quelle intercettate per ordine della Procura di Napoli, oggi nel fascicolo trasmesso al pubblico ministero di Roma.
La prima telefonata ci racconta come potessero apparire buffi, grotteschi, ridicoli, i tentativi di Mario Scaramella agli occhi di chi, tra gli altri, avrebbe dovuto accreditare le sue frottole. Come l’ucraino Aleksander Talik.
Il 5 gennaio 2006, conversando con la moglie, le dice: “Tu capisci? Mario sembra un bambino. È tutta una cosa che non quadra. Io non capisco niente, sembra un gioco. Tutte queste storie sul Kgb, sugli attentati. Mi fa schifo tutto questo. Io non capisco tutte queste combinazioni stupide. Non capisco proprio la ragione di queste cose. Mario mi porta questo che ha scritto Andreij (Andreij Ganchev, interprete ufficiale della commissione Mitrokhin). Ma chi è Andreij? Andreij può scrivere quello che vuole, dico io. Per me ha lo stesso valore che scrivere su un muro che Aleksander è scemo. È la stessa cosa. Che senso ha tutto questo? Mario ha nominato alcuni personaggi: grandi colonnelli, eccetera. Dice che Andreij ha dato le informazioni a questo colonnello del Fsb. Ma dico io: questo colonnello non ha niente da fare che scrivere queste cose deliranti? Delirio assoluto, incomprensibile. Mi capisci?”.
La saggia moglie, Natasha, la fotografa con concretezza con un paio di parole: “Sasha, loro hanno semplicemente inventato questa storia”.
I fabbricanti della storia inventata li si può vedere all’opera qualche giorno dopo. E’ il 28 gennaio del 2006. Sono le 10 e 59 minuti. Paolo Guzzanti e Mario Scaramella discutono per 21 minuti e 37 secondi.
Mario Scaramella: “Il segnale che io ho avuto è questo: non c’è un’informazione Prodi uguale agente Kgb, ma parliamo di “coltivazione”, contatti”.
Paolo Guzzanti: “Coltivazione è abbastanza, eh?!”.
Scaramella: “Per me, è moltissimo. È quello che mi viene detto. A questo punto, non pretendete una dichiarazione da chicchessia che dica “Prodi è un agente”".
Guzzanti: “Perché, “coltivato” invece si?”.
Il problema del senatore e del suo collaboratore è chiaro. Non possono accusare Romano Prodi di essere un agente e dunque ripiegano su una formula meno assertiva, ma più malignamente suggestiva. Romano Prodi è stato un uomo “coltivato” dal Kgb. Il problema dei due signori è di costruire un supporto di testimonianze che regga in pubblico, perché, come dice Guzzanti, “non è una lite tra giornali, qui si finisce poi in tribunale”. Tocca a Scaramella trovare il testimone chiave. Vladimir Bukovskij (intellettuale dissidente riparato a Londra, scambiato dai sovietici nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalan) si è chiamato fuori con una considerazione che non fa una piega “Se attacchiamo politici occidentali, quando non abbiamo documenti, poi perdiamo credibilità, anche quando invece abbiamo i documenti”. “Comunque - racconta Scaramella a Guzzanti - non arriviamo a dire che Prodi è un agente del Kgb in questi termini. Quello che è certo è che i russi consideravano Prodi amico dell’Unione Sovietica”.
Guzzanti si infuria: “Scusa Mario, abbi pazienza! Per me, agente o “coltivato” va bene. “Amico dell’Unione Sovietica” non significa un cazzo! Che mi frega a me? Che ti pare una notizia, “Prodi amico dell’Unione Sovietica”? Ci aveva pure [rapporti] con l’Istituto Plecanov. Mi stai a prendere per il culo, scusa? “Coltivato” a me va benissimo, perché l’espressione “coltivato” significa quel che significa nel linguaggio di intelligence”.
A questo punto, il “professore” propone come testimone chiave Oleg Gordievskij (ex colonnello del Kgb, riparato a Londra nel 1985, autore con Cristopher Andrew de “La Storia segreta del Kgb”). Ma c’è una difficoltà. Oleg non ne vuole sapere di mettere tra virgolette “Prodi agente del Kgb”, perché “questo non è accaduto”, dice. Scaramella però conviene che si può lavorare sul discorso di “coltivazione”. Guzzanti gli spiega gli essenziali passaggi che deve documentare per la commissione. “Mario, scusami, do alle parole l’importanza delle parole. Allora, in quella cosa lì si dice: “Award man” (la trascrizione fonetica tradisce verosimilmente un “our man”, un “nostro uomo” con “award man” che significherebbe “uomo premio”). Tu pronunci la sigla e quello dice “Yes!”".
Scaramella: “Certo, certo”.
Guzzanti: “Punto e basta! Non voglio sapere altro! L’unica domanda è: queste frasi sono confermate e confermabili?”.
Scaramella: “Assolutamente sì”.
Guzzanti: “E allora questo è l’unico punto, ma mi serve certificato e marca da bollo”.
Scaramella ha ora capito in che solco si deve muovere e, volenteroso, non si risparmia.
Dice: “Anche più di quello. Con questo meccanismo si può arrivare a dire: “Sì, io so che [Prodi] era in contatto con gli ufficiali del V dipartimento [del Kgb], con i… con un ufficiale del servizio A… Eh, la notizia viene specificata”. Scaramella è ora entusiasta. Un fuoco d’artificio. Ha capito che cosa può far felice il “Capo”.
Scaramella: “Capo, il discorso è questo: non c’è dubbio sull’autenticità, la veridicità e la confermabilità delle dichiarazioni”.
Guzzanti: “Io voglio che lui…”.
Scaramella: “Quello che ha detto non lo dice, questo è il punto… Quella mezza parola in più rispetto a quello che ha detto, lui alla fine dice: “Era sotto coltivazione come promettente obiettivo di…”".
Guzzanti: “Questa è una cosa di cui non me ne frega niente! Io voglio sapere se lui non smentirà mai di aver detto quello che ha detto. Punto! La “coltivazione”… il IV dipartimento… queste possono essere successive cose. Io devo poter dire: “Il signor O. G. (Oleg Gordievskij), parlando del signor R. P. (Romano Prodi) dice così. Punto!”.
Scaramella: “Io non sono in grado oggi di dire se lui è in grado di ripeterlo. Lo ha detto e lo conferma”.
Guzzanti: “A me mi basta che lui non smentisca di averlo detto!”.
Scaramella: “Quel che ci abbiamo è acquisito, Capo, senza possibilità di manipolazioni”.
Definiti i passaggi successivi del piano, Scaramella cerca di capire da Guzzanti, il suo “Capo”, qual è l’opinione del “Capo” di Guzzanti su quel che stanno cucinando. A chi pensare se non a Silvio Berlusconi? Proprio al presidente del Consiglio in carica in quel gennaio 2006, sembra far riferimento il senatore di Forza Italia quando informa il consulente di come sono andate le cose.
Scaramella: “Tu hai qualche dettaglio in più dell’incontro con il Capo?”.
Guzzanti: “La notizia ha avuto un forte impatto. Io quando vado da lui gli dico le cose a voce ma, contemporaneamente, gli metto sotto il naso un appunto scritto in cui ci sono le stesse cose che gli sto dicendo e nell’appunto scritto - che lui s’è letto e riletto sottolineando i punti salienti, scrivendo 1, 2, 3, come fa lui - ci sono le cose di cui abbiamo parlato come futuro… Annuiva gravemente, come uno che non solo è…, anzi, quando io ho detto: “Sai, il problema di questa faccenda è che, se noi andiamo a un processo, poi è una (parola incomprensibile)… è una cosa in cui dobbiamo dimostrare ciò che diciamo”, e lui, sorprendendomi un po’,… però ho capito che ha voglia di giocare all’attacco.
Ha detto: “Beh, un momento! Intanto però, li costringiamo a difendersi”. Questa l’ho trovata una reazione estremamente positiva. (…) E contemporaneamente io gli dico: “Guarda, … ti porto il risultato e quindi (frase incomprensibile)”.
Scaramella ha ben chiaro che il gioco si è fatto grosso e, come sempre, vuole apparire il più determinato tra i giocatori del pacchetto di mischia. Gordievskij va bene, ma per andare sul velluto gli sembra una buona idea organizzare anche manovre subordinate e di sostegno al piano principale.
Scaramella: “Io lavoro a blindare quel po’ che abbiamo. Se serve di più io ho dei canali (…) Ce ne sono tre possibili:
1) Stati Uniti, dove c’è stato abbastanza chiaramente detto tutto quello che era gestito in un modo, poi è diventato friendly dall’altra parte. Quindi ci sono dei seri limiti, però forzabili.
2) San Marino. San Marino ha una banca puttana che è quella che fa le cose sporche: è la Cassa di Risparmio. Tu saprai certamente che Nomisma ha delle sostanziali quote in Cassa di Risparmio, cioè la Cassa di Risparmio è proprietaria di una buona fetta di Nomisma”.
Guzzanti: “Sì”.
Scaramella: “Io so che i collegamenti finanziari che ci sono stati in passato sono stati anche tramite San Marino. Allora c’è un canale proprio di indagine da cui possono uscire degli elementi anche di esposizione. Mò ho, per esempio, lunedì, con la Procura di Bologna che, indirettamente, potrebbe diventare recipiente di alcune informazioni, non dirette, ma indirette”.
Guzzanti: “Quando ce l’hai l’incontro?”.
Scaramella: “Con De Nicola (procuratore di Bologna ndr.) ce l’ho lunedì a Bologna alle 11. Allora potrebbe essere, non direttamente, non esplicitamente facendo i nomi, ma dando la pista: “Guardate i soldi di Mosca. Dalla Cassa di Risparmio finiscono in primarie società”. E si arriva a Nomisma. È un altro di quei passaggi che poi un domani, al livello giudiziario…”.
Guzzanti: “Certo”.
Scaramella: “Il terzo [canale] è frontale. (…) Ho la possibilità di accesso a questi documenti a Mosca, legalmente (…) E’ una cosa diversa dalla rogatoria”.
Guzzanti: “Lì mi pare che Vladimir (Bukovskij) ti ha detto “vai da questi”, no? O te lo ha detto Oleg (Gordievskij)?”.
Scaramella: “L’ha detto proprio Oleg. Oleg ha detto: “Vai e dai 200 dollari a qualcuno…”".
Guzzanti: “Sì, sì, sì”.
Scaramella: “Non ti sfugge il livello di esposizione di chi si va a prendere, non autorizzato, le informazioni in un momento così delicato con i russi. Cioè, io lo so fare e lo faccio bene e lo faccio immediatamente”.
Scaramella è preoccupato di andarsene a Mosca a contattare agenti del Kgb, a chiedere loro - in cambio di soldi - documenti riservati senza un ombrello politico o diplomatico.
Guzzanti: “E convocare un ufficio di presidenza [della Commissione]?”.
Scaramella: “Quello non serve, scusami, perché io ho già la delega dell’ufficio”.
Guzzanti: “E allora?”.
Scaramella: “Voi mi avete già contattato… e Fini (allora ministro degli Esteri, ndr) ha scritto all’ambasciata. Si può fare questo passaggio. Va bene”.
Guzzanti: “Ma i tempi? Tutto deve essere consegnato al più tardi per venerdì prossimo”.
Scaramella: “Per il 10, eh? E allora mi organizzo questa settimana di andare a Mosca (…) Se puoi fare tu un passaggio, visto che noi abbiamo la lettera di Fini che dice: “Ho dato istruzioni…”, si potrebbe fare lunedì un passaggio.
Io vado da martedì, mercoledì. Vado a Mosca e torno con un bottino anche più grasso dell’agenzia ecologica.
La missione giustifica comunque anche l’accesso a tutta una serie di canali che poi sono anche miei. (…) E quindi, superiamo Oleg. Oleg diventa la fonte che ha indicato e poi uno ha approfondito. E… se il tuo Capo, come dire, va poi… che in teoria si potrebbero urtare suscettibilità del governo russo, questo è il punto. Per me, non c’è nessun problema. È sostenibile, poi, dopo, questo passaggio?”.
Guzzanti: “È chiaro che se tu stai facendo una cosa e ci… qualsiasi problema sarebbe risolto per via immediata con un colpo di telefono a (nome incomprensibile)”.
Non si sa come è finita. Non si sa se Scaramella è andato a Mosca. Non si sa se nella capitale russa ha confezionato qualche altro dossier farlocco. Non si sa se da Roma - autorevolmente, si presume - una telefonata abbia lubrificato le sue iniziative.
Come toccherà alla Procura di Roma accertare se Paolo Guzzanti è consapevole della buffonesca cospirazione di Mario Scaramella o ne sia, al contrario, soltanto uno sprovveduto, anche se divertito, allocco giocato con il trucco delle tre carte dal solito furbissimo napoletano cialtrone. Perlomeno in un caso, gli ingenui intrappolati nelle grottesche trame di Mario Scaramella sono due: Paolo Guzzanti e Silvio Berlusconi.
Nel variopinto mazzo di carte offerte da Scaramella, il Senatore e il Presidente “spizzano” un jolly falso.
Scaramella: “… Questa questione riguarda un personaggio che è presidente delle Coop rosse. Attualmente ha tutta una serie di lavori in corso con i Ds, per i Ds, posizioni formali di impegno politico, è stato giudicato per associazione mafiosa ed è persona direttamente coinvolta nelle indagini che riguardano il materiale nucleare a Rimini. Quindi ci sono elementi oggettivi di appartenenza alle cooperative rosse, di associazione mafiosa, dichiarata da una sentenza definitiva e di lavori che riguardano le indagini su tutta questa roba che ci stanno raccontando gli ufficiali stranieri…”.
Questo diceva Mario Scaramella il 27 gennaio.
Il 2 febbraio, intervistato da “Telecamere”, Berlusconi gridava: “Agli atti di un processo in Campania, il presidente di una cooperativa ha denunciato che i soldi erano di provenienza della criminalità organizzata. Di questo, erano al corrente esponenti del partito. Una certa magistratura ha fatto si che si arrivasse a una prescrizione”.
Da Tony ‘Quanto, Quanto, Quanto’ Renis alla falsa grassa di Telecamere, dai ministri Marzano e Gasparri al braccio destro di D’Alema: un’inchiesta, quella di Potenza, che scatta una foto a tradimento al retrobottega della Seconda Repubblica, e su cui è calato il pressoché totale silenzio massmediatico
|
|||||
|
|||||
|
Peccato che non sia in commercio. Se la ristampassero come manuale per orientarsi nel mondo del lavoro, la richiesta di arresto dell’inchiesta di Potenza sulla "holding del malaffare" che a Roma gestiva appalti, nomine, e rimborsi fiscali sarebbe destinata a un sicuro successo. Nelle carte siglate dal pubblico ministero Henry John Woodcock si possono trovare insegnamenti validi per tutte le professioni, dal giornalista al diplomatico, dall’imprenditore all’avvocato. Con un’unica avvertenza. Il manuale va letto al contrario. Senza dare retta a chi l’ha scritto. Quel procuratore con la faccia d’angelo, il nome da stopper britannico e la moto da enduro è un cattivo maestro.
Il neolaureato dovrà dare ascolto invece agli inquisiti, segnarsi le massime intercettate dalla guardia di finanza e poi guardare la carriera che hanno fatto dopo l’inchiesta. L’ambasciatore Umberto Vattani, per esempio. Dopo avere raccomandato persone poco raccomandabili per la ricostruzione in Iraq ha visto salire le sue quotazioni. Lo hanno prima proposto alla guida della Biennale di Venezia e poi nominato segretario generale della Farnesina. Tony Renis, invece, ha cercato disperatamente di sponsorizzare un imprenditore presso Tremonti. Il suo fine, secondo la procura di Potenza, era quello di convincere l’erario a pagare qualche milione in più agli amici degli amici. Alla faccia dei contribuenti. Forte di queste benemerenze al nostro è stato proposto prima l’istituto di cultura italiano a Los Angeles e poi la direzione del festival di Sanremo.
Dall’alto della sua autorità morale ha così selezionato i cantanti "senza ascoltare le raccomandazioni dei politici" come ci hanno informato i due maggiori quotidiani nazionali. Perbacco, ci mancherebbe altro. Uno come Tony Renis. All’aspirante giornalista bisogna consigliare invece il capitolo dedicato ad Anna La Rosa. Dopo avere ricevuto orologi tempestati di brillanti da padroni di cliniche che poi pubblicizzava in trasmissione, la falsa grassa di Telecamere (Dagospia dixit), ha continuato tranquillamente a dirigere i servizi parlamentari della Rai. Per non parlare di Antonio Marzano. Il ministro delle Attività produttive ha trasformato le crisi aziendali in crisi familiari: Ernesto Marzano, suo fratello è accusato di vendere le nomine di competenza del ministro, in particolare quelle dei commissari per le grandi imprese in crisi. Eppure nessuno ha chiesto le dimissioni o uno straccio di chiarimento in famiglia. Anzi. Marzano si sta occupando della maggiore crisi del secolo, quella della Parmalat, speriamo senza l’aiuto del fratello.
L’inchiesta di Potenza scatta una foto a tradimento al retrobottega della seconda repubblica. Il "naufragio della coscienza civica", per dirla con Borrelli è evidente e inquietante non tanto per la grandezza dei fatti quanto per la piccolezza delle conseguenze. La novità non è la malattia italiana ma l’assenza di anticorpi. I quotidiani, con l’eccezione di l’Unità, hanno quasi ignorato il caso preferendo pubblicare le foto del magistrato napoletano con i capelli al vento sulla sua moto. Il messaggio subliminale del ragazzino scapestrato che punta i vip per elevarsi al loro livello è passato. Il Riformista ha potuto gioire perché nessuno si è scandalizzato e si è preso pure lo sfizio di sbertucciare Woodcock per il significato delle parole inglesi che compongono il suo cognome. E l’opposizione? Muta.
Eppure gli spunti non mancavano: c’è Francesco Storace che interviene sul presidente dell’Iacp per fare avere un appartamento in affitto a Paola Guerci, ex assessore di An in Provincia. E quando quello gli fa presente che c’è un altro in fila (non un povero ma un politico, Gianfranco Zambelli di Forza Italia), Epurator lo zittisce così: "Di Zambelli non me ne frega un amaro cazzo".
Per non parlare dei rapporti tra Gasparri e l’imprenditore Roberto Petrassi. Un tipino che si vanta di essere un ladro e vorrebbe diventare tanto un riciclatore e poi si permette di scrivere una letteraccia a Maurizio Gasparri (chissà se spedita) perché non lo abbraccia allo stadio. Inizia così: "Ho dalla mia un’incontestabile e lunga amicizia", e chiude: "Chiedo spiegazioni". Per questa storia la Procura di Potenza aveva mandato gli atti al Tribunale dei ministri. Perché secondo l’ipotesi accusatoria Gasparri avrebbe informato Petrassi delle intercettazioni a suo carico. Se ne vantava lo stesso Petrassi con due amici. Ma la Procura di Roma ha ritenuto infondata l’accusa e ha archiviato a tempo record. Insomma, ci sarebbe di che azzannare ai polpacci la destra per le sue frequentazioni ma la sinistra non azzanna, perché non può azzannare.
Anche l’ex segretario del Ppi Franco Marini e il braccio destro di Massimo D’Alema, Nicola La Torre sono stati indagati a per favoreggiamento. Secondo il pm avrebbero allertato il patron del Perugia calcio Luciano Gaucci (anche lui indagato) e il suo braccio destro Carlo Lancella sulle intercettazioni.
A questo punto una precisazione si impone: tutti gli indagati smentiscono le ipotesi del pm. Le richieste di arresto non erano corrette, quasi sempre per ragioni di competenza ma talvolta anche nel merito. Probabilmente tutte queste persone non andavano arrestate ma questo non giustifica la congiura del silenzio. Se non sono reati, restano fatti. Fatti gravi che meritano di essere raccontati. A partire dal caso del segretario generale Umberto Vattani.
I veri protagonisti dell’inchiesta non sono i politici ma gli imprenditori romani Carlo Lancella e Roberto Petrassi. Entrambi si occupano di appalti delle pulizie, sono amici di molti politici e fanno un sacco di soldi. Lancella, già vicepresidente del Perugia di Gaucci ed ex collaboratore di Franco Marini, ha casa in via del Babuino e l’ufficio in via Barberini, Petrassi ha l’ufficio a piazza Farnese e gestisce la palestra più in di Roma, quella dell’Hilton, frequentata da stelle e potenti. Un altro personaggio chiave è l’avvocato Roberto Marraffa, in contatto per diversi affari sia con Petrassi che con Lancella. Sono proprio Marraffa e Lancella a tirare dentro l’ambasciatore Umberto Vattani. Tutto inizia quando Gianni Pilo, l’ex sondaggista di Berlusconi che ha lasciato la politica, decide di importare gas dalla Tunisia. È la liberalizzazione, bellezza. Come è già accaduto per la telefonia chiunque può fare concorrenza all’Eni stringendo accordi con i paesi produttori.
Ci vogliono però gli appoggi giusti in Italia e nel paese straniero. A Roma Pilo punta su Umberto Vattani, contattato tramite l’avvocato Marraffa. A Tunisi, invece, si rivolge a un altro ex politico che si è dato al business: Pierluigi Polverari. Socialista craxiano, Polverari dopo essere incappato in alcune inchieste (da cui è uscito bene) si è trasferito ad Hammamet nel 1995 e si occupa di promozione delle imprese italiane. Ha una villa vicina al suo leader e il figlio, Marco, ha costituito una società insieme a Bobo Craxi a Tunisi. Il 10 febbraio 2003 Pilo invia a Pierluigi Polverari una bozza di mandato per perorare la causa di E.Noi. Il tempo stringe. Il via libera del ministero dell’Energia di Tunisi deve arrivare prima del 31 marzo. A Roma intanto si discute già di percentuali.
Carlo Lancella intercettato nel suo ufficio dal Gico della Guardia Finanza di Roma dice: "Se questa ipotesi, attraverso le sue pressioni si realizza, l’amico Pilo dà 10. Di questo dieci, cinque va a Vattani, giusto? 2,5 va a te. 2,5 al mio ufficio. D’accordo?". Marraffa è perplesso. La quota riservata a Vattani, gli sembra troppo alta. In assenza di riscontri si può anche ipotizzare che Lancella millanti per poi incassare lui la quota di Vattani. La fornitura è rilevante: "Sono 120 miliardi, ma a noi non ci fa impressione questo. Noi in questo momento forniamo la città di Cesena, 70 mila abitanti", spiega Pilo a Marraffa. Finalmente il 20 febbraio si arriva all’incontro decisivo: Umberto Vattani alle 18 e 45 arriva all’Harry’s bar di via Veneto seguito alla spicciolata da Gianni Pilo Carlo Lancella, il suo amico Tommaso Olivieri e Roberto Marraffa.
Secondo il magistrato di Potenza "nel corso di tale incontro come si desume chiaramente dalle conversazioni riportate i menzionati personaggi definiscono evidentemente nel dettaglio i termini economici del loro accordo assicurando a coloro che interverranno e quindi in particolare all’ambasciatore Vattani un consistente ritorno economico come corrispettivo della sua preziosa attività". L’affermazione del pm non ha però trovato un riscontro certo e si basa sull’ascolto delle telefonate successive. La sera stessa Vattani alle 23 e 15 chiama Pierluigi Polverari in Tunisia e gli dice: "Pronto, Pierluigi, il nostro amico Sanguini se ne va a Riyadh ce lo togliamo dalle palle". È la notizia del trasferimento dell’ambasciatore Sanguini, un funzionario con la schiena dritta che si ostinava a non volere aiutare Polverari nei suoi affari tunisini.
Dopo pressioni da Roma, interrogazioni parlamentari di Forza Italia contro di lui, Sanguini, che pure era in corsa per una direzione generale, viene invece spedito da Frattini in Arabia, una sede tra le più pericolose. La notizia è accolta come una benedizione dall’ex parlamentare Polverari: "Benissimo, grazie m’hai fatto un regalissimo". Poi in coro commentano con Vattani: "Una bella notizia, bellissima". Il giorno successivo, Lancella chiama Vattani e dopo avere parlato della data migliore per un loro viaggio a Tunisi ("evidentemente riferendosi a quanto convenuto il giorno prima all’Harry’s", chiosa il pm Woodcock) Vattani dice: "Tieni presente che oggi hanno mandato via quello a Riyad ed è una cosa buona comunque", "ad ulteriore conferma", dice il pm, "del fatto che il trasferimento dell’ambasciatore Sanguini rappresenti un passaggio importante per l’intervento del Vattani".
La ricostruzione in Iraq e ‘Il cigno’ dei Parioli
L’affare del gas alla fine non decolla ma Vattani apprezza il modo in cui Roberto Marraffa si muove. Decide di farlo inserire tra i consulenti del Governo italiano per la ricostruzione in Iraq. Il 19 maggio del 2003 chiama il consigliere D’Auria che deve stilarne l’elenco: "Ho parlato tempo fa con Antonio Badini [ex direttore generale per il Medio Oriente] delle questioni dell’Iraq, lui aveva sentito come esperto giuridico che è abbastanza forte in questi campi, l’avvocato Marraffa. Lui mi chiedeva di sapere se poi veniva inserito in quell’elenco". D’Auria risponde: "Lo abbiamo in adeguata evidenza". "Dovrebbe andare in porto", conclude Vattani chiedendo di tenerlo informato. Marraffa si sente forte. Quando chiama Badini, per fissare un appuntamento insieme a D’Auria, si permette di fissarlo a un bar invece che alla Farnesina. Il bar si chiama "Il cigno".
Marraffa si vanta così con il suo amico Pilo: "È stato il massimo: a due ambasciatori gli ho dato Il cigno, ah ah…". Woodcock chiosa: "Tale circostanza è oltremodo sintomatica della portata dell’intervento di Vattani il quale facendo leva sulla propria influenza ed autorevolezza pone di fatto il ministero degli Affari esteri a disposizione di Marraffa (e di Pilo) il quale detta le condizioni della propria nomina a due alti funzionari della Farnesina “convocati” presso il bar sotto casa". Marraffa avrebbe dovuto svolgere un’attività di controllore delle imprese impegnate in Iraq.
E – secondo il pm – anche in tale caso assume fin dall’inizio "un atteggiamento di svendita della propria funzione a favore dell’amico Pilo, lasciando chiaramente intendere che l’incarico in oggetto sarà finalizzato a favorire la società E.Noi proprio in relazione allo sfruttamento del gas presente in Iraq". La versione di Roberto Marraffa è diversa: "Non ho ricevuto alcun incarico da parte del ministero degli Esteri. Con l’ambasciatore Vattani, se mi passa il paragone, ho solo ballato senza concretizzare nulla. Con Gianni Pilo abbiamo solo applicato le direttive del Governo che vuole gli ambasciatori come promotori delle imprese italiane all’estero. Solo questo chiedevamo a Vattani".
Il gas è però una sorta di diversificazione, il vero affare per la "holding criminale" è quello del commercio dei crediti. Il meccanismo è semplice: gli enti pubblici invece di ostinarsi a chiedere soldi al debitore, possono cedere il credito a un privato a un valore più basso del nominale. Il rischio è retribuito con uno sconto. Ma se il rischio, grazie alle informazioni interne, è ridotto si possono guadagnare diversi milioni di euro facilmente. Il tesoro più importante è quello dei crediti della Federconsorzi. Proprio per favorire l’acquisto di un credito Federconsorzi da 200 milioni di euro al prezzo d’asta di 25 milioni di euro entra in gioco Anna La Rosa.
Secondo il pm Woodcock, la conduttrice tv "utilizza il programma televisivo in onda sulla televisione di Stato e l’enorme potere mediatico dallo stesso derivato per il patrocinio e la cura degli interessi particolari e di regola illeciti di imprenditori e di uomini senza scrupoli (come appunto il Lombardi, l’Olivieri, il Lancella e il Petrassi) impegnati appunto in traffici illeciti" Anna La Rosa incontra il giudice fallimentare Tommaso Marvasi (non è indagato), che si occupa della Federconsorzi. Tommaso Olivieri, amico di Anna La Rosa e di Lancella racconta così l’esito dell’incontro: "Il cugino di Marvasi è un ginecologo, antagonista di Antinori per cui lei gli ha predisposto nella sua trasmissione quindici minuti di intervento. Quindi il risultato è facile no?". Lancella risponde giustamente: "Bisogna vedere che rapporto c’è tra i due cugini".
Comunque, anche se Marvasi non si smuove, Anna La Rosa vuole fare qualcosa per i suoi amici e chiede: "Non serve che parlo pure con Alemanno che oggi lo devo vedere?". A volte salta il confinetra attività di lobby e lavoro per la Rai. Il 7 ottobre scorso al telefonino Anna La Rosa chiede al re delle cliniche romane, editoredei quotidiani Libero e il Riformista, Giampaolo Angelucci: come stai? L’imprenditore la investe così: "Bene, levato che mandi i servizi del “Santa Lucia” de “Faroni” e il mio non lo mandi". Angelucci non ha gradito la messa in onda di un servizio che riguarda una clinica di un suo rivale. Ci si aspetterebbe una risposta degna di un giornalista del servizio publico e invece Anna La Rosa garantisce ad Angelucci una collocazione ottimale del servizio sullasua clinica: "La tua va domenica perché come saprai, tu che sei un ragazzo molto più intelligente perfino di me, ovviamente più andiamo in là con il palinsesto autunnale e più aumenta l’ascolto.
Per cui la tua va domenica questa". Nelle scuole di giornalismo insegnano che bisogna svolgere ruolo di cane da guardia dei potenti. Anna La Rosa sembra invece un delizioso barboncino di compagnia. Scodinzola così al telefono con Angelucci: "L’altra sera ero a cena con molti banchieri, imprenditori e a un certo punto mi sono messa come faccio sempre a fare il comizio delle tue lodi". Una passione ricambiata come Anna La Rosa confida a Tommaso Olivieri: "Lo sai cosa m’aveva regalato lui per il 23 luglio? Un orologio rosa con i brillanti".
Il suo è uno stile. "Ha detto Chicco Gnutti che non farà più nulla senza consultarmi", si pavoneggia con il suo amico Tommaso Olivieri: "Stasera sono a cena con Fiorani (numero uno di Banca Popolare di Lodi) c’è anche Masera del San Paolo e poi Luciano Benetton, Pier Domenico Gallo di Meliorbanca, Alessandro Profumo, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle, siamo in ventiquattro, l’ho organizzata io in quattro e quattr’otto". Anna mette a disposizione le sue conoscenze quando gli amici lo chiedono. Per esempio interviene sull’amministratore di Telecom Italia Riccardo Ruggiero, dopo una puntata di Telecamere in cui era ospite, per perorare la causa di una compagnia telefonica minore che non riusciva a pagare il dovuto a Telecom. E quando viene a sapere che l’avvocato di Telecom pretende comunque il pagamento (dicendo che ha l’autorizzazione di Ruggiero) lei sbotta: "Adesso chiamo subito Ruggiero. Lo chiamo immediatamente".
E sono proprio gli imprenditori che le chiedono i favori a ripagarla con doni importanti. Le pagano per esempio il catering per una festa kitsch nel luglio 2003. "A tal proposito numerose conversazioni intercettate proprio sull’utenza di Olivieri hanno permesso di accertare che nello stesso periodo [in cui interveniva sul magistra to Marvasi] e cioè a luglio 2003, Anna La Rosa chiederà e otterrà che Giovanni Lombardi (interessato all’affare Federconsorzi Ndr) paghi una parte del catering della festa fatta dalla stessa Anna La Rosa, corrispondendo una cifra pari a 12 mila euro. Un versamento che – secondo il pm – non ha nulla che vedere con uno spontaneo e grazioso atto di liberalità". La Rai, la stessa Rai che ha sospeso Raiot e messo sotto procedimento disciplinare il curatore della trasmissione Andrea Salerno, ha sorvolato, i politici di centrosinistra continuano a sedersi sui suoi divanetti e il senatore di An Gustavo Selva è arrivato a complimentarsi ironicamente per il garantismo dei vertici.
"La nomina di una persona vale 600 milioni messi subito sul tavolino. Dopo di che partecipiamo ad un 30 per cento del movimento che avverrà…".
Anche con Ernesto Marzano, il fratello di Antonio, il potente ministro per le Attività produttive, Roberto Petrassi era abituato a parlare chiaramente. Ernesto infatti era l’uomo che gli permetteva di concludere gli affari migliori. Nessuno aveva un ascendete sul ministro pari al suo. Nemmeno Tony Renis che, come risulta dalle intercettazioni, tutti o quasi trattavano con deferenza a causa della sua amicizia con Silvio Berlusconi.
E poi a Ernesto Marzano far soldi interessava davvero.
Gli investigatori del gico della guardia di finanza se ne accorgono il 13 febbraio del 2003 quando le microspie nascoste negli uffici di Roberto Petrassi registrano una conversazione che spiega come lui, Marzano e Carlo Lancella tentassero di vendere le nomine ministeriali, in particolare a fare gola erano i posti di commissario giudiziario nelle grandi aziende in amministrazione straordinaria. Per legge la nomina spetta al ministro per le Attività Produttive e il giudice fallimentare di regola, si limita a ratificarla. Ecco allora perché il fratello di Marzano diventa importante. Ecco perché professionisti, imprenditori ed avvocati tentano di contattarlo.
Nelle intercettazioni dell’inchiesta di Potenza Patrassi ed Ernesto Marzano ricostruiscono la storia delle imprese del gruppo Eldo (una catena di negozi di elettronica) e del gruppo Costaferroviaria (produzione di materiale rotabile) delle quali vorrebbero diventare commissari due avvocati legati al presidente del Perugia Luciano Gaucci. A puntare all’incarico di commissario della Costamasnaga, un’azienda della Costaferroviaria, sarebbe Roberto Marraffa. Secondo Petrassi, potrebbe sganciare una sorta di tangente da 600 milioni. Per soddisfare i suoi desideri Petrassi prima si rivolge a Tony Renis, poi discute della cosa con il fratello del ministro, sorpreso per l’intervento del cantante. "Tony Renis è andato da mio fratello?", domanda sorpreso e quando si sente rispondere che "sì, Tonino è andato al ministero", si offre subito d’intervenire: "Le cose", dice, "vanno martellate l’una sull’altra". Petrassi però nicchia. Con Tony Renis sostiene di aver già "preso un impegno", teme l’"accavallamento" delle pressioni. Ma Ernesto Marzano è irremovibile.
Vuole essere "messo in squadra" perché così parlerà del caso della nomina dell’avvocato Marraffa con suo fratello durante un viaggio in Grecia programmato per il giorno successivo. "Tu sai", dice a Petrassi, "che io debbo andare a Salonicco [dove era inprogramma una conferenza ministeriale europea]. Io francamente a Salonicco non ci vado [non ho voglia di andarci] ma se c’è una pizza [una tangente] di questo genere, ci vado".
L’obiettivo dei due è mettere le mani sui 600 milioni. Un giochino tentato e fallito di un soffio qualche mese prima. Sempre secondo le parole di Petrassi, ancora in attesa di riscontri, un altro professionista, l’avvocato Giovanni Bruno, dopo essere riuscito ad ottenere a soli trent’anni la nomina a commissario giudiziale del gruppo Eldo, si è rifiutato di versare quanto promesso. Gli uomini della lobby di piazza Farnese sostengono che dopo aver ottenuto la poltrona Bruno è sparito dalla circolazione e che quando finalmente gli è stato contestato il mancato pagamento lui ha risposto di essere stato nominato grazie alla sponsorizzazione del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.
Marraffa, invece, si tira indietro prima. Non vuole più essere nominato nonostante l’incarico preveda una retribuzione di oltre un miliardo di vecchie lire. La ragione? Petrassi e Lancella non capiscono. Per il pm Marraffa è stato probabilmente avvertito dell’indagine in corso. Marraffa replica: "Non ho mai saputo nulla dei soldi da versare a questi signori che straparlavano alle mie spalle. Non sapevo nulla dell’inchiesta ma ho saputo solo che su Petrassi giravano brutte voci e mi sono tirato indietro". Comunque almeno un affare al fratello di Marzano e all’amico Petrassi va in porto: secondo la procura riusciranno ad ottenere 100 milioni da un industriale piemontese. Si chiama Vittorio Farina, Petrassi vuole da lui 100 milioni. È il compenso dell’intervento di Ernesto Marzano per evitare il coinvolgimento di Farina in un fallimento milanese.
Il 3 marzo Petrassi telefona al braccio destro di Farina, Bruno Nottola e gli dice: "Dì al tuo capo, con cui io non parlo più, che dopodomani per quella operazione di Milano pago 100 milioni… me li deve portare, si preparasse per portarmerli". Per dare urgenza e peso alla sua richiesta Petrassi millanta di avere anticipato di tasca sua. E subito cerca il fratello del ministro raccomandandosi, nel caso in cui Farina o Nottola lo chiamassero, di stare al gioco: "Hai capito, se ti arriva una telefonata non mi sbugiardare…" dice. Petrassi conosce i suoi polli. Puntualmente Farina tenta di mettersi in contatto direttamente con Ernesto Marzano per cercare di abbassare la richiesta di denaro. Il fratello del ministro telefona così a Petrassi chiedendo come comportarsi.… e Petrassi gli ordina: "No, tu [gli dici ] guardi ho un appuntamento con il signor Petrassi domani mattina perché devo firmare cento carte, dica al dottor [Farina] che mi faccia trovare tutti i documenti". Alla fine Farina – secondo il pm – manda il suo braccio destro Nottola a consegnare i soldi allo stadio, durante la partita della Lazio. Ma Nottola nega.
Tony Renis tra due carabinieri in una foto scherzosa.
Al cantante però è capitato davvero di essere fermato, anche se solo per poche ore. Avvenne nel gennaio del 1980, quando fu interrogato dal giudice Imposimato
su alcune circostanze del finto sequestro Sindona
Dimmi quanto quanto quanto
Non sarà certo questa inchiesta a smuovere Tony Renis. Non gli fece paura un arresto del giudice Ferdinando Imposimato per la sua reticenza a parlare dei suoi amici di Cosa nostra americana, nel lontano 1980, figurarsi le inchieste della procura di Potenza sulle nomine e sulle cessioni di crediti. Eppure l’immagine del direttore del festival, da questa inchiesta esce a pezzi. L’ amico del cuore che lo mette nei guai stavolta non è un mafioso ma nemmeno uno stinco di santo, ma è Roberto Petrassi. E questo è il suo autoritratto al telefono: "Tutti abbiamo un prezzo. Me lo insegnano 50 anni di strada. Commercialmente siamo tutti uguali, siamo solo ladri, perché se no i soldi non li fai mai, è chiaro?. O ti chiami ladro o ti chiami poveraccio. Sono due le cose. Quindi noi abbiamo una forma di rubare che è una forma autorizzata sotto certi casi. E quegli altri invece sono ladri perché rubano le mele al mercato e vanno in galera. A noi è più difficile che ci mettono in galera. Io ho attraversato tutta mani pulite, mani prepulite… le ho passate tutte. Sono stato il più grosso gruppo di Roma, in galera non ci sono mai andato né sono stato incriminato perché le cose io sono abituato a farle bene".
Petrassi, è un imprenditore di successo nel settore delle pulizie, proprietario di un albergo in Polonia. Si definisce amico di Storace e Gasparri, è stato socio di Caltagirone nell’emittente Teleregione, si accompagna con una soubrettina Rai e si vanta di pranzare con un cardinale che diverrà Papa (non diciamo il nome per carità di patria) e con imprenditori del calibro di Mezzaroma e Cecchi Gori. Gestisce la palestra più trendy di Roma, quella dell’Hilton e conosce tutti. Non solo nello spettacolo. Petrassi è il tipico romano becero ma simpatico, che dice a un’amica: "Io voglio riciclare, magari che fosse… mi dici ah Robè, c’ho un miliardo sporco siccome non lo voglio versare…Va bene lo verso io in Svizzera. Quanto voi? Settecento milioni? Il 30 per cento? Questo è e tiè. Che me frega da dove cazzo vengono?". Concetto ribadito all’amico Carlo Lancella.
A lui chiede disperatamente: "Ma questi che riciclano dove stanno? Li voglio riciclare io i soldi. Ma che cazzo me frega". Tony Renis per lui è un "fratello". Peccato non gli presenti nessuno dei suoi vecchi amici americani. Gli affari che devono fare insieme riguardano invece i crediti della Federconsorzi.
Il 27 marzo del 2003, Roberto Petrassi incontra due imprenditori del suo giro, Giovanni Lombardi e l’avvocato Guido Torelli. Hanno acquistato un credito della Federconsorzi verso l’erario del valore nominale di 75 milioni di euro per circa 26 milioni. Sono già andati al ministero per chiedere l’incasso. Il direttore generale del ministero delle Finanze addetto ai rimborsi, Attilio Befera, senza sapere quello che c’era dietro la vicenda, si è detto disponibile a pagare a saldare il credito con 57 milioni e mezzo di euro. Lombardi e Torelli dovrebbero stappare una bottiglia di champagne: hanno guadagnato senza far nulla 21 milioni di euro (la differenza tra quanto versato agli amministratori pubblici della Federconsorzi e quanto incasseranno dall’erario). Anche Carlo Lancella, che pure ne ha viste tante, esclama: "È uno scandalo" Ma Torelli e Lombardi non si accontentano. Befera vuole almeno pagare a rate.
Loro però hanno bisogno di liquidi. Per questo chiedono a Petrassi di trovare qualcuno che intervenga sul ministro Giulio Tremonti per ottenere un pagamento immediato e magari superiore. Se Petrassi riuscirà a ottenere un pagamento immediato pari a 59 milioni, sono disposti a cedere 3,5 milioni di euro. Se otterrà ancora di più gli daranno il 50 per cento del surplus. A questo punto Petrassi mette in pista il suo amico Tony Renis "che non ha bisogno di Tremonti perché chiama Berlusconi e gli dice: a Silvio non mi stare a rompere il cazzo".
Mister "Quando Quando Quando" così si trasforma improvvisamente in mister "Quanto, Quanto, Quanto". Secondo il pm Woodcock "nella conversazione che segue il cantante conviene con Petrassi che il prezzo dell’intervento è ancora troppo basso e va “ritoccato” prima che Tony entri in azione". Ecco cosa dice Tony Renis al telefono: "No senti Roby ho dato uno sguardo alla cosa… ti volevo dire che… quello che ci riconoscono su cinquantanove è praticamente un due e mezzo per cento". Petrassi lo tranquillizza: "Difatti secondo me va tutto raddoppiato". E Renis conferma: "E certo".
Il cantante è di parola. Contatta il portavoce di Tremonti Lorenzo Mingolla e gli chiede di intervenire sul ministro. Sembra che tutto fili per il verso giusto tanto che il 3 aprile 2003 Renis dice a Petrassi: "Incrociamo le dita… per quanto riguarda noi… oltre i 60 come siamo rimasti d’accordo eh…" e Petrassi lo interrompe: "…dunque rimane uno e mezzo più la differenza tra 60-65… 50 per cento". Il giorno dopo Petrassi comunica ai suoi referenti che "il personaggio ha accettato di fare l’intervento alle condizioni da noi richieste e che risponderà in senso positivo tra domani e lunedì. Noi abbiamo chiesto 65". Il 5 aprile però arriva la doccia fredda. Mingolla fa dietrofront: "Questa cosa rischierebbe di fraintendere il mio ruolo all’interno del ministero… e quindi ti consiglio vivamente di dare tutto in mano a un legale di agire in via legale". Renis non crede alle sue orecchie. Mingolla sa benissimo che se si passa per gli avvocati e per le vie legali lui non guadagna nulla. Insiste un po’ ma quando capisce che Mingolla è irremovibile sbotta: "Va bene ho capito il messaggio… quindi non sei più disponibile per certe cose. Devo trovare altre strade… Va bene andrò comunque dal mio amico presidente a chiederlo. Non lo volevo fare per non dargli ulteriori rompimenti di coglioni".
Il pm Woodcock, che aveva richiesto l’arresto di Tony Renis e di Renzo Mingolla, rigettati dal gip, ha una sua teoria sul voltafaccia. Il portavoce del ministro fu informato da qualcuno in tempo reale di avere il telefono sotto intercettazione. In una conversazione del 4 aprile, un giorno prima del dietrofront con Renis, Mingolla "comunica esplicitamente al suo interlocutore di avere il telefono sotto controllo, circostanza della quale sarebbe stato avvertito da qualcuno quella stessa mattina, "appena sceso dall’aereo".
A quel punto Renis però non si dà per vinto e cerca l’aggancio con Tremonti tramite Aldo Brancher, sottosegretario vicino sia a Bossi che a Tremonti. Non lo conosce nemmeno ma nel giro di due settimane l’ineffabile Tony è nel suo ufficio. Appena uscito chiama il suo amico Petrassi e gli comunica il buon esito dell’incontro. "Brancher – a detta del millantatore Renis", spiega il pm, "avrebbe immediatamente chiamato il dottor Ferrara, capo dell’Agenzia delle Entrate per convocarlo al fine di parlargli del caso prospettato dal cantante". In realtà il rimborso è stato bloccato. La società Credit Securitization di Torelli e Lombardi è rimasta a bocca asciutta. E lo Stato, ha mantenuto in cassa 57 milioni di euro grazie al magistrato di Potenza, quello con la moto e i capelloni e il cognome che, come ha scritto Il Riformista vuol dire cazzo di legno. Proprio lui.
Micromega, 1/2004
L'affare Savoia
di Marco Travaglio
Per due giorni di seguito il Corriere della Sera ha commentato in prima pagina gli ultimi scandali. L'altroieri il vicedirettore Pierluigi Battista s'è occupato di Calciopoli e dei sospetti che aleggiano su alcuni magistrati torinesi. Ieri Piero Ostellino s'è dedicato all'indagine di Potenza che ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele. Il primo ha accusato la Procura subalpina di eccessiva prudenza, «archiviando, nella città della Juventus, inchieste che altrove sono invece scoppiate come bombe sulla vita pubblica italiana». Il secondo ha accusato la Procura del pm Woodcock di eccessiva imprudenza, avviando «rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone» (cosa peraltro falsa). I due commenti sembrano fare a pugni. Invece sono due facce della stessa medaglia. Che si può riassumere nel celebre motto di Altan: «Porco è bello». Un motto di cui Giuliano Ferrara è il caposcuola indiscusso, con allievi sempre nuovi e talvolta insospettabili.
Sono vent'anni, da quando si cercavano alibi per Craxi, e poi per Andreotti, e poi per Berlusconi & C., che uno stormo di «intellettuali» si affatica a dimostrare che il potere, come diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Non, beninteso, per bonificarlo. Ma per assolverlo sempre e comunque. Sventuratamente, questo compiaciuto e voluttuoso avvoltolarsi nel fango incontra ogni tanto qualche ostacolo: qualche oasi di pulizia e di legalità alla quale si aggrappano i cittadini onesti per continuare a sperare in un cambiamento. La Procura di Milano che ha liberato l'Italia da Calvi, da Sindona, dalla P2, da Tangentopoli, dalle Fiamme Gialle corrotte, dalle toghe sporche romane e dai loro biscioneschi corruttori, e più di recente dalla Banda Parmalat, dai furbetti del quartierino e dagli agenti deviati della Cia. La Procura di Torino, che scoprì con Raffaele Guariniello le schedature Fiat e poi gli abusi nelle sale mediche aziendali di casa Agnelli, e otto anni fa scoperchiò il pentolone del doping alla Juventus e non solo, e nel frattempo con il procuratore Marcello Maddalena e altri pm fece condannare il presidente Fiat Cesare Romiti, fece arrestare e condannare per la prima volta Dell'Utri, intercettò la prima notizia di reato a carico di Previti.
La Procura di Palermo, che sotto la regìa di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte osò processare per la prima volta gli intoccabili per i loro rapporti con la mafia, da Andreotti a Contrada, da Dell'Utri a Mannino. E altre Procure più piccole, come quella di Potenza, sempre elogiate per il loro «riserbo» finchè non facevano nulla, o si occupavano di ladri di polli, e sempre attaccate per il loro «protagonismo» quando fanno qualcosa e magari incappano in qualche «eccellente» (invece di domandarsi perché Woodcock ha la passione per i «vip», bisognerebbe chiedersi come mai, appena s'indaga su un traffico illecito, s'incontra come minimo un parlamentare o un ministro della Repubblica, o con un sedicente principe della monarchia?). Ogni qual volta esplode uno scandalo, ai cittadini onesti si allarga il cuore: non tutto è perduto, c'è ancora un giudice a Berlino, la legge può esser davvero uguale per tutti. È a questo punto che interviene il trio Ferrara-Ostellino-Battista: a seminare sfiducia e rassegnazione, a dire che sono tutti uguali, guardie e ladri, giudici e imputati, intercettatori e intercettati. E giù fango a carrettate per schizzare tutto e scoraggiare tutti.
Se tutto è «sangue e merda», hanno torto i giudici e ragione gli imputati. Infatti è sulle indagini che si concentrano lorsignori: ora troppo prudenti, ora troppo decise, ma sempre sbagliate. Lo scopo, non dichiarato e forse neppure da tutti pensato, è farla finita con le inchieste, almeno sugli «eccellenti», perché «a certi livelli» è tutto «sangue e merda»: è sempre stato e sempre sarà così. Perciò si sorvola sugli scandali che emergono dalle indagini. Perciò si parla dei giudici e mai dei reati. Dell'inesistente «protagonismo» di Woodcock, e non del quadro devastante che affiora dal suo lavoro, con l'ex famiglia reale trasformata in un bordello, la Rai (finalmente privatizzata) ridotta a un covo di prosseneti, e certi alfieri dei «valori della famiglia» indaffarati a barattare spazi televisivi in cambio di sesso. Il caso della Procura di Torino è emblematico. Processa la Juve per doping fra il disprezzo e l'indifferenza dei commentatori à la page (gli attacchi sul Corriere di Giorgio Tosatti, amicone di Lucianone, a Guariniello riempirebbero una Treccani). Indaga su Moggi & arbitri. E sui bilanci bianconeri. Nel 2004 intercetta Lucianone, Giraudo e Pairetto per due mesi, poi il gip blocca le intercettazioni.
Guariniello, pur disarmato, vorrebbe tener aperto il fascicolo, sperando in qualcosa. Maddalena opta per la richiesta di archiviazione, pronto alla riapertura in caso di nuove notizie di reato. Se sapesse che Napoli sta ancora intercettando, agirebbe diversamente. Ma lo scopre troppo tardi. A posteriori, aveva ragione Guariniello. Forse Maddalena doveva osare di più (e prepararsi alle accuse di «accanimento antijuventino» da Ostellino, Ferrara e Battista). Fra l'altro, per l'eterogenesi dei fini, l'archiviazione di Torino ha salvato Napoli: se il fascicolo subalpino fosse rimasto aperto, si sarebbe dovuto avvertire Moggi con una richiesta di proroga, così lui avrebbe smesso di parlare al telefono e l'indagine napoletana sarebbe morta lì. Ora dalle intercettazioni emerge che l'aggiunto torinese Maurizio Laudi, giudice sportivo, ha chiesto a Moggi qualche parcheggio allo stadio (che non è casa di Moggi, è un luogo pubblico gestito dalla Juventus) e parlava con i dirigenti federali, dai quali dipendeva, prima di emettere alcune sentenze sportive. Emerge che un pm, Antonio Rinaudo, tifosissimo bianconero, è andato un paio di volte a cena con Moggi. Emerge che il procuratore di Pinerolo era intimo di Moggi. Ed emerge pure un particolare raccapricciante: Moggi regalò per Natale qualche cravatta a Caselli, che gli aveva chiesto delle maglie usate della Juve per una serata di beneficenza.
Intendiamoci. Laudi avrebbe fatto meglio a lasciare la giustizia sportiva quando la sua Procura avviò le prime indagini sulla Juve: non si diventava giudici sportivi per volontà dello Spirito Santo. Per il resto, i suoi rapporti con i vertici del calcio, salvo che non emergano novità illecite, erano fisiologici al ruolo che ricopriva. I parcheggi non sono nulla di illegale, né di immorale. Così come le cravatte a Caselli: il quale tre mesi fa, come procuratore generale, ha firmato con Guariniello il durissimo ricorso in Cassazione contro l'assoluzione della Juve al processo per doping. Restano le cene di Rinaudo, che se le poteva risparmiare (anche se nulla sapeva delle indagini su Moggi); e i maneggi del procuratore di Pinerolo, che non si vede come riguardino Torino (a meno di creare una responsabilità oggettiva regionale). Ecco, è questo topolino che ha scatenato una montagna di attacchi alla Procura torinese, dipinta come un covo di complici di Moggi, succubi dei poteri forti, nuovo porto delle nebbie (su decenni di inerzia della Procura di Roma, competente su tutti i palazzi del potere, anche sportivo, nemmeno una parola).
Carlo Federico Grosso, sulla Stampa, chiede «chiarezza» su eventuali contiguità filojuventine (ma non era lui che, un anno fa, firmò un parere pro veritate in difesa di Giraudo e Agricola al processo doping?). E Battista, entusiasta, lo elogia: era ora che venisse «lacerata la coltre di imbarazzo che ha accompagnato il venire alla luce di comportamenti disdicevoli nella Procura torinese»; basta con «la reticenza degli opinion maker» che «ha contribuito a costruire il monumento all'avanguardia 'piemontese' contro la corruzione, il terrorismo e la mafia». Forse Battista non sa che quel monumento non l'ha eretto la reticenza: l'hanno eretto i risultati ottenuti dai Caselli, dai Maddalena, dai Laudi e da tanti altri giudici piemontesi contro le Br (quando magari certi neocon dell'ultim'ora vezzeggiavano l'estremismo), ma anche contro la mafia (che assassinò il procuratore Caccia, maestro di Caselli, Laudi e Maddalena, e tentò di fare la pelle al primo e al terzo). Ma Battista preferisce farfugliare contro i «difensori dell'ortodossia 'piemontese'» e le condotte «non proprio commendevoli» come l'«acclarata abitudine di integerrimi magistrati di intrecciare con Moggi conversazioni incardinate su richieste di parcheggi allo stadio».
Par di sentire Ferrara, che l'altro giorno si scagliava contro «la Procura di Caselli, Laudi e Maddalena, pupilli dei compianti Galante Garrone e Bobbio». Capìta l'antifona? Anche quei moralisti di Bobbio e Galante Garrone van cestinati con ignominia per concorso esterno in moggismo: il «tempio» dell'azionismo piemontese va smantellato perché Maddalena ha archiviato un'inchiesta, Moggi ha regalato tre cravatte a Caselli e Laudi parcheggiava allo stadio. Lo dice Ferrara, che prendeva i soldi dalla Cia e da Tanzi, e quando fu arrestato Squillante con 9 miliardi in Svizzera e i conti comunicanti con Previti, lo definì «uomo probo». E lo ribadisce col copia-incolla Battista, già vicedirettore del Panorama di Giuliano Ferrara che diffamava il pool di Milano, reo di aver scoperchiato lo scandalo «toghe sporche», allegava videocassette per sputtanare Stefania Ariosto e pubblicava l'«Elogio di Previti» firmato da Ruggero Guarini. Presto, ne siamo certi, se ne parlerà a «Porta a Porta», in un bel dibattito con Bruno Vespa (che concordava ospiti e scalette con l'entourage di Fini), con Cesare Previti nell'ora d'aria, e magari con qualche procace ragazza assunta dallo squisito talent scout finiano Salvatore Sottile, in una memorabile puntata dal titolo: «Porco è bello? Opinioni a confronto».
L'Unità, 19 giugno 2006
Il Grande Bordello
di Marco Travaglio
Pare di sognare. C'è un partito, An, con una dozzina di dirigenti e faccendieri indagati per associazione a delinquere per avere spiato e intercettato illegalmente due avversari politici per sputtanarli in vista delle regionali nel Lazio, a base di firme false e viados a buon mercato. Ebbene, questo partito alza il ditino contro le intercettazioni, assolutamente legali e legittime, consacrate da tutti i crismi di legge, del Tribunale di Potenza.
Pare di sognare. C'è un ministro della Giustizia, Clemente di nome e di fatto (almeno per lorsignori), che dice «basta con questo Grande Fratello», denuncia l'«indebita divulgazione del contenuto di intercettazioni» e annuncia l'immancabile «riforma bipartisan». Come se non sapesse che quelle conversazioni sono contenute nelle 2 mila pagine di mandato di cattura, a disposizione di una ventina di imputati e di altrettanti avvocati, dunque assolutamente pubbliche e pubblicabili per legge. Si può discutere sull'opportunità di riportarle tutte, integralmente, o magari di lasciarne fuori qualcuna che scredita indirettamente le vittime, come le starlet reclutate dal portavoce di Fini in cambio di comparsate nel gran lupanare Rai, previo ius primae noctis. Ma è possibile che, anziché farfugliare di Grande Fratello, non si trovi un politico che dica basta al Grande Bordello?
Urgono lezioni di diritto e procedura penale a una classe politica, e in certi casi giornalistica, che parla di cose che non conosce. Un piccolo Bignami potrebbe bastare a sfatare alcune leggende metropolitane che si ripetono pari pari a ogni inchiesta che sfiori personaggi eccellenti. Anzitutto quella dei pm che si svegliano la mattina e decidono di mangiarsi un vip a colazione, uno a pranzo, uno a cena. È una balla sesquipedale: anche perché solo un pazzo andrebbe a caccia di vip, visto quel che accade a chi ha la sventura di incappare, nel suo lavoro, in uno di questi. Se si raccontasse come nascono le inchieste sui potenti si scoprirebbe che non dipendono mai dalla prava volontà di un magistrato, ma quasi sempre dal caso, indagando su tutt'altro.
Tangentopoli nacque da una mazzettina al Pio Albergo Trivulzio. Andreotti saltò fuori dall'inchiesta sul delitto Lima. Stefania Ariosto fu convocata in un'indagine sui libretti al portatore di Berlusconi, e cominciò a parlare di Previti e toghe sporche. Il nome di Cuffaro uscì da una cimice piazzata nel salotto del boss Guttadauro. Lo stesso vale per le indagini di John Henry Woodcock, che qualche buontempone vorrebbe sempre insonne a caccia di vip. È colpa sua se, scavando nei videogiochi di un casinò, vengono fuori Sua Bassezza Reale, il portavoce e il segretario e la moglie di Fini? Per evitare che i vip finiscano nelle intercettazioni e nelle inchieste, una soluzione ci sarebbe: che i vip la smettano di delinquere o di frequentare delinquenti. Sarebbe un buon inizio.
Altra balla: il complotto anti-An. Woodcock s'è preso persino la briga di scrivere agli atti che Fini non c'entra nulla. Poteva non farlo, ha avuto l'onestà intellettuale di metterlo nero su bianco. Per tutta risposta, Fini chiede che «cambi mestiere» e sia radiato dal Csm. Il fortunatamente ex vicepremier forse non sa che ci aveva già provato il suo ex collega Roberto Castelli, trascinando Woodcock a procedimento disciplinare. Il Csm l'assolse. Castelli ricorse in Cassazione, ma questa a sezioni unite confermò l'innocenza del pm e condannò il ministro a pagare le spese.
Poi c'è, con rispetto parlando, Maurizio Gasparri. Invece di dare un'occhiata a certi suoi camerati o magari, se sapesse leggere, a qualche pagina dell'ordinanza di Potenza, non trova di meglio che dare del pazzo a Woodcock.
Tre anni fa, indagando sullo scandalo Inail, il giovane pm s'era imbattuto in una telefonata in cui un indagato diceva di aver saputo dell'inchiesta da Gasparri. Che doveva fare, il pm? Spegnere il registratore? Mangiarsi la bobina? Fingere di aver sentito Catarri, o Tamarri, o Magalli? La notizia di reato fu doverosamente iscritta, con i suoi possibili autori, sul registro degl'indagati. Poi Gasparri fu doverosamente prosciolto, non essendo emerse prove a suo carico. Forse Gasparri non lo sa, ma la legge dice così: l'obbligatorietà dell'azione penale significa che ogni notizia di reato dev'essere perseguita. Non sono previste eccezioni, nemmeno per Gasparri. Prima o poi, dovrà farsene una ragione. Basta che qualcuno, con calma e con parole semplici, glielo spieghi.
L'Unità, 20 giugno 2006
Solo il 2% sopra i 100mila euro secondo le tabelle dei redditi dichiarati nel 2005.
La fascia maggiore ha un reddito di 15-20 mila
ROMA - Oltre un italiano su dieci vive con meno di mille euro al mese. Oltre l'80% dichiara al fisco un reddito inferiore ai 35.000 euro l'anno. Pochissimi quelli che guadagnano oltre i 100mila euro l'anno.
Sono alcuni dei dati che si possono ricavare esaminando le oltre 8mila tabelle, una per ciascun comune italiano, sulle dichiarazioni dei redditi 2005 (anno di imposta 2004) pubblicate sul sito delle Finanze.
«Sono dati - spiega una nota - destinati ai Comuni al fine delle decisioni locali sull'addizionale Irpef, ma che si rendono disponibili alla consultazione libera».
Prendendo in considerazione le 10 più grandi città metropolitane, dove risiede la maggior parte dei contribuenti si può evincere che l'82% delle dichiarazioni riporta redditi sotto i 35mila euro (la soglia che nel dibattito politico viene normalmente considerato medio-bassa). Poco meno del 2% supera i 100mila euro mentre la percentuale raddoppia (4,3%) se si sommano anche quelli che nel 730 o Unico scrivono 70mila euro.
Se alle 10 città principali si aggiungono anche gli altri 11 capoluoghi di regione, resta sempre di oltre l'82% l'insieme dei contribuenti con meno di 35mila euro di reddito l'anno. Tanti anche coloro che si collocano appena poco sopra della «no tax area» di 10mila euro l'anno; si tratta di circa il 12%, più di un contribuente ogni 10.
LUOGHI DA «POVERI VIP» - Ma anche nei luoghi dorati della villeggiatura italiana - quelli per intenderci frequentati dai vip, come Capri, Cortina, Forte dei Marmi, Poro Cervo (Olbia), Sestriere e Portofino - il fisco non vede portafogli gonfi. Se si vuole dare un'occhiata alle tabelle di questi Comuni la classe di reddito con il maggior numero di contribuenti va dai 10mila ai 15mila euro l'anno.
A Capri solo l'1,8% dei contribuenti dichiara redditi da oltre 100mila euro. Il 61% è per il fisco sotto i 20mila euro l'anno. Analogo il quadro delle tasse a Cortina dove il rapporto dei più abbienti (redditi dichiarati sopra i 100.000 euro) scende all'1,7%. Qualche ricco in più invece a Portofino, quasi il 5% dei contribuenti per i redditi fino a 7.500 euro non compare nessuno perchè talmente pochi da non poter essere indicati secondo le regole del garante della privacy.
In un mondo fatto di silenzi ed omissioni ci piace sottolineare l’opera di questo magistrato, (da Wikipedia):
Sono un cinico che ha ancora voglia di illudersi»
(Henry John Woodcock.)
http://eroi.wordpress.com/henry-john-woodcock/
http://www.napoliaffari.com/napoliaffari/index.php?option=com_content&task=view&id=79&Itemid=2
Henry John Woodcock (Inghilterra, 1967) è un magistrato italiano, della Procura di Potenza.
Biografia
Nato nella contea di Somerset in Inghilterra, Henry John Woodcock è figlio di un docente dell’Accademia navale di Livorno. Sua madre è napoletana.
Molti lo conoscono come “il pm inglese, dall’accento napoletano”.
Divenuto magistrato alla fine del 1996, è stato uditore a Napoli al fianco di due noti magistrati, Arcibaldo Miller e Paola Mastroberardino.
Sua moglie è un magistrato in servizio a Lucera, in provincia di Foggia.
Le inchieste
Henry John Woodcock è titolare di numerose clamorose inchieste.
Il suo primo arresto fu quello, avvenuto il 4 giugno del 2001, dell’ex senatore Ds e sindaco di Castellaneta, Rocco Loreto, accusato di calunnia e violenza privata nei confronti di un magistrato della Procura di Taranto.Lo si ricorda, oltre che per le indagini sulle “tangenti Inail” e sulle ‘”tangenti del petrolio”, per la vicenda del “Vip Gate”, l’indagine in cui, nel dicembre del 2003, 78 persone, tra cui numerosi personaggi dello spettacolo, del giornalismo, due ministri, politici e funzionari di ministeri, Comuni ed Enti pubblici vennero accusate di associazione per delinquere per la turbativa di appalti, estorsione, corruzione, millantato credito e favoreggiamento. Tuttavia il G.I.P. respinse completamente la richiesta di emissione di ordinanza di custodia cautelare avanzata da Woodcock, dichiarando la propria incompetenza territoriale e la mancanza dei requisiti richiesti dall’art 291 c.p.p. per le prosecuzione delle indagini da parte di giudice incompetente per territorio per quanto atteneva le imputazioni di associazione per delinquere e corruzione, ma anche affermando la totale assenza di elementi indiziari per altri reati contestati [1]. Una volta dichiarata l’incompetenza territoriale del Tribunale di Potenza, gli atti furono trasmessi al competente Tribunale di Roma che, anziché adottare i provvedimenti come sarebbe stato doveroso in caso di consistenza dell’accusa, archiviò l’inchiesta per impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio, a norma dell’art. 125 delle disposizioni attuative del codice di procedura penale. Alcuni fascicoli, generati dal procedimento sopra riportato, restano tuttavia ancora aperti in alcune Procure.
Alla luce del mancato accoglimento delle richieste accusatorie, che non trovarono poi prosecuzione nemmeno di fronte al Tribunale competente, la stampa si è poi accanita nel sostenere che le accuse erano destituite da ogni fondamento [2] facendo una facile ironia sul fatto che Woodcok non fosse in grado di distinguere la conduttrice di Telecamere dai concorrenti del Grande Fratello. I sostenitori di Woodcock, invece, sottolineano che il suo intervento non sarebbe rimasto senza conseguenze: dal punto di vista della rilevanza economica dei fatti contestati, la questione di maggior rilievo riguardava i crediti verso lo Stato del Concordato Preventivo Federconsorzi, per un ammontare di 500 milioni di euro, rinvenienti da rimborso di crediti fiscali e dalla cessata gestione ammassi grano , che in parte erano stati ceduti e in parte stavano per essere ceduti ad un prezzo pari ad un decimo del loro valore nominale a note società specializzate in questo genere di operazioni. Secondo l’accusa personaggi ben noti (come una giornalista, ricompensata con un orologio tempestato di brillanti) si erano prestati per far pressioni per la buona riuscita dell’operazione. Dopo l’inchiesta di Woodcock:
Pur non potendo dimostrare alcun rapporto tra alcuni di questi fatti sopra riportati e l’inchiesta di Woodcock, i suoi sostenitori vi leggerebbero una conferma della non completa infondatezza del teorema accusatorio. La procedura concorsuale, ad ogni modo, non è ancora stata definita.
Il 22 novembre del 2004 fu la volta dell’operazione “Iene 2″, sui legami tra criminalità e politica nella gestione degli appalti in Basilicata.
Il 6 maggio del 2006 il “Somalia-Gate” ha portato la Polizia a 17 arresti.
La più clamorosa è, probabilmente, l’inchiesta cominciata il 16 giugno 2006 in cui Woodcock ha chiesto ed ottenuto l’arresto a Varenna di Vittorio Emanuele di Savoia con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, ed associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione nell’ambito di un’indagine legata al casinò di Campione d’Italia. L’arresto è stato possibile grazie alle intercettazioni telefoniche di scabrose conversazioni tra Vittorio Emanuele di Savoia ed altre persone indagate. L’indagine durava da due anni: 24 le persone coinvolte, 13 quelle arrestate il 16 giugno, di cui 7 detenute in carcere e 6 agli arresti domiciliari, tra cui il sindaco di Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi e Salvatore Sottile, portavoce di Gianfranco Fini, Presidente di AN. Tra gli indagati anche Simeone II di Sassonia Coburgo Gotha, cugino e coetaneo di Vittorio Emanuele, ex premier della Bulgaria, accusato di istigazione alla corruzione di membri di stati esteri.
Nel frattempo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha chiesto notizie al Consiglio Superiore della Magistratura sul fascicolo personale di Woodcock.[1]
Sono montate vivaci le polemiche per la fuga di notizie riguardanti il contenuto delle intercettazioni telefoniche, pubblicato copiosamente sui quotidiani. Non è dato sapere se sia stata avviata un’indagine in merito a tale vicenda, volta ad accertare l’identità della persona che abbia fornito ai giornalisti il testo di atti d’indagine ancora coperti da segreto, e se essa presti eventualmente servizio presso un ufficio giudiziario.
Il 18 marzo 2004 è stato avviato un procedimento disciplinare, promosso dal Ministro della giustizia Roberto Castelli; la commissione disciplinare del CSM ha concluso il provvedimento in fase istruttoria con il proscioglimento. Castelli lo ha impugnato davanti alla Cassazione che ha ribadito il proscioglimento di Woodcock ed ha condannato il ministro al pagamento delle spese processuali.
Nell’ambito della vicenda “Vip Gate”, secondo questa impostazione, il suo castello accusatorio si rivelò inconsistente, al punto che lo stesso Giudice per le Indagini Preliminari si rifiutò di emettere un’ordinanza di custodia cautelare, nonostante lunghe indagini ed intercettazioni (a causa della propria incompetenza territoriale per taluni reati, e per carenza di indizi per altri), ed al punto che i Pubblici Ministeri del Tribunale territorialmente competente non solo non chiesero l’emissione di alcun ordine di cattura, ma anzi ne chiesero l’archiviazione. Nell’ambito di tale inchiesta - coinvolgente personaggi di primo piano - il Dott. Woodcock sarebbe arrivato a chiedere l’arresto, tra gli altri, di Tony Renis , Flavio Briatore ed Anna la Rosa , conduttrice della trasmissione di cronaca parlamentare Telecamere.
All’inizio del dicembre 2006, Woodcock apre a Potenza una nuova inchiesta che ha occupato le prime pagine dei giornali, subito chiamata “Vallettopoli”. Riguarda ricatti che avrebbero, a vario titolo, interessato managers, giornalisti, vallette e personale in genere del mondo dello spettacolo.
Articoli di Marco Travaglio nella rubrica Uliwood Party: